venerdì 15 maggio 2020

Le nostre riflessioni: il lievito della "festa" di S. Ciro 2020

"Dall'inizio del novenario era già stato completato l'addobbo della chiesa; il concorso dei forestieri fu superiore a quello degli anni precedenti come si poteva giudicare dalla corrispondenza pubblicata dal diffuso Mattino il 19 maggio 1904; la Processione fu interminabile , tantissimi i cinti e i cerei offerti per devozione; ci furono anche le batterie ovvero spari continui che accompagnarono la processione durata per parecchie ore, i giochi popolari in piazza con corsa dei sacchi e la corsa degli asini molto graditi dal pubblico, la fiaccolata fatta in onore dei devoti residenti in America, il cinematografo che ebbe luogo la domenica sera e i fuochi pirotecnici bruciati la sera della vigilia e in quella della festa chiusa con granate multicolore."

Queste poche righe, tratte da un resoconto redatto dal canonico Giuseppe Pessolano nel maggio del 1904 per gli emigrati atinati in America, avrebbero dovuto aprire un articolo di storia sul culto di San Ciro ad Atena, ma la rilettura del testo mi ha portato a riconsiderare questo proposito alla luce di quello che stiamo vivendo. L'idea iniziale ha lasciato il posto ad una riflessione che ho il piacere di condividere in questo blog, restato, forse, in silenzio per troppo tempo. Ritornando brevemente alla questione del "mancato" articolo, aveva l'intenzione di inserirsi e arricchire l'esiguo filone storiografico sulla devozione di San Ciro ad Atena, tema che ancora attende di essere approfondito e studiato. Le fonti consultate qualche anno fa, e rielaborate solo recentemente, hanno aperto uno spaccato che finora è restato nel cono d'ombra. Vi do un'anticipazione: sono ormai noti i fatti avvenuti nel 1863, ovvero il "miracolo" della giovane Marianna Pessolano, la costruzione della statua etc... Meno note, invece, le vicende ante e post 1863: la nascita del culto ad Atena (nella storiografia troppo semplificata e quasi sempre schiacciata dalla diffusione voluta da S. Francesco De Geronimo); la metamorfosi cultuale; il terremoto del 1857 evento spartiacque... Una serie di tematiche che hanno come fil rouge il protagonista indiscusso: San Ciro. Lascio questi argomenti perché la voglia di raccontare è tanta, ma ho promesso di indirizzare il discorso verso una riflessione personale.

La scelta di portare all'attenzione questa parte del racconto del parroco Pessolano è stata suggerita da un motivo ben preciso: chi scrive riesce a catturarci, ci porta indietro nel tempo e ci fa ripercorrere idealmente quei giorni che quest'anno, purtroppo, non saremo chiamati a rivivere a causa dell'emergenza sanitaria in corso. Sebbene i giochi popolari e il cinematografo siano stati superati da altre tipologie di intrattenimento, i punti cardine della festa, come il novenario celebrato nel santuario, la fiaccolata in onore degli ammalati e dei residenti che vivono all'estero, la processione che si snoda per le vie del centro abitato, continuano ad essere i momenti più importanti. Tre momenti che, seppur mutati nel tempo, mantengono inalterata la loro essenza fatta di attesa ed incontri che coinvolgono il residente, il devoto, l'emigrato e se vogliamo perfino l'indifferente. 
Ciascuno nella sua specifica identità apporta un proprio contributo nell'annuale "movimento" che si genera tra consapevolezza e non, riuscendo a contagiare chiunque. Nonostante il relativismo imperante e l'indifferenza religiosa, la festa di San Ciro continua a mantenere flebilmente una matrice identitaria nella quale molti ancora si ritrovano. Ho utilizzato volutamente l'avverbio "flebilmente"per due motivi: il primo perché il culto, la sua storia e la perpetuazione dei suoi caratteri identitari hanno bisogno di "voci", di far nascere e rinascere testimoni capaci di preservare un deposito da trasmettere, un'eredità che ci è stata consegnata; in secondo luogo, la capacità di scrollarsi di dosso la "stanchezza" di gesti che potrebbero apparire ripetitivi e monotoni, come i momenti che si è chiamati a preparare o semplicemente partecipare. La volontà di destarsi da un involontario torpore porta a riconsiderare la bellezza ereditata, fatta sì di immagine ed esteriorità, ma soprattutto di legami sociali che la strutturano e la saldano. Guardiamo al racconto del parroco Pessolano: ciascun fatto narrato esprime unità e compattezza di vari individui o elementi. Nulla è lasciato al caso nei fatti che riporta.

I due motivi che ho richiamato poc'anzi sono complementari perché la conservazione del deposito della memoria e il progetto per il futuro rischiano di calcificarsi a causa di una stanchezza recondita. L'inaspettata pandemia, che ha scardinato progetti e infranto desideri, ci sta consegnando un tempo per riflettere, portandoci a riconsiderare quel "vuoto" lasciato dall'abituale festa; a chiederci dove la nostra identità, la nostra fede, che ci accomuna, stia andando. Sono momenti preziosi che non dovremmo sciupare soprattutto per fare un bilancio, un'analisi su quanto finora fatto e ricevuto, e sui progetti che si intenderanno realizzare. Dal silenzio di questa terza domenica di maggio dell'anno 2020, che tutto invaderà, dal vicolo alle principali strade, sarà necessario che la nostra riflessione sul presente proiettata al futuro sia rumorosa. Mi auguro che le nostre riflessioni silenziose siano come quelle "granate multicolore", cariche di fragore e colore per i tempi incerti che abbiamo dinanzi a noi.


Francesco






 




martedì 10 aprile 2018

9 Aprile del 58 a. C. MARCO TULLIO CICERONE SOSTA AD ATINA (odierna Atena Lucana)


Marco Tullio Cicerone che si era rifiutato di votare la legge agraria a favore dei veterani di Pompeo e della plebe meno abbiente (per non apparire un traditore dell'aristocrazia romana), fu colpito dalla vendetta dei populares: nei primi mesi del 58 a. C., il tribuno della plebe Clodio Pulcro, acerrimo nemico di Cicerone, fece approvare una legge che condannava all'esilio chiunque avesse mandato a morte un cittadino romano senza concedergli la provocatio ad populum
Cicerone fu processato e costretto all'esilio . Altre leggi a sfavore di Cicerone prevedevano che non si potesse avvicinare ai confini dell'Italia, e che le sue proprietà venissero confiscate. Le ville sul colle Palatino e a Formia vennero distrutte. Nella fuga verso Brindisi, Cicerone sostò in una villa di Atina (odierna Atena Lucana, in Lucania) '' [...] cum in illa fuga in villa quadam Campi Atinatis maneres, magnamque partem noctis vigilasses [...]'' (Cicerone De Divinatione, lib. I 28, 59) e di aver fatto in quella villa, all'alba di una notte insonne, un sogno premonitore sul suo rientro in patria. (E. D'Alto, Atena Antica, p. 99); '' [...] nihil atinati somnio fieri posse divinius' [...]' ibidem). Perchè la sosta di Cicerone è fissata in questa data? Perchè l'oratore, nella sua fuga, scrive ad Attico l'8 aprile dalle Nares Lucanae (Ad Att. III,2), mentre il 10 aprile scrive da Turio (Ad Att. III, 5). La strada percorsa da Cicerone, era comunque ben collegata ad altri assi minori, infatti alle Nares Lucanae (attuale frazione dello Scorzo di Sicignano degli Alburni) vi si innestava lo snodo per Potentia e Grumentum (la via Herculia),mentre altri ramuli la collegavano a Tegianum, Atina e Cosilinum, con transito per Marcellianum. Al sistema viario, restaurato in età dioclezianea e all’epoca di Gioviano, nella seconda metà del IV sec. d. C. (secondo il riferimento epigrafico d’un miliario trovato tra Atena e Sala Consilina), facevano da contraltare i numerosi pagi e vici disseminati lungo la via o nei pressi; sono documentati un villaggio (forse Rustillanum) presso l’attuale borgo rurale di Sant’Antuono di Polla ed i siti di Vicus Mendicoleo e Caesariana. Tra i centri maggiori del Campus Atinas (il Vallo di Diano in età romana), vi fu dunque il Forum Anni (ricordato nell’Epistolae, libro III, di Sallustio a proposito
della rivolta servile di Spartaco; cfr. Centuriazioni e coloni nel Vallo di Diano di M. Ambrogi in Salternum, p. 19).

https://www.maratea.info/lucania-antica.html

domenica 25 agosto 2013

La rivoluzione del 1647 ad Atena tra falsi miti e verità storica



Nell'introduzione alla storia medievale di Paolo Delogu (Il Mulino, Bologna, 1994, p.107) si legge: ''La storia si fa con le fonti. Questo assioma fondamentale vuol dire che il passato può essere conosciuto e ricostruito soltanto attraverso le testimonianze di esso che sono pervenute a noi.''  In ausilio a Delogu anche Marc Bloch, autore di una interessante opera (che consiglio vivamente di leggere a chi vuole argomentare seriamente di storia), Apologia della Storia o mestiere di Storico, (Torino, Einaudi, 1998, p. 44) argomenta sull'importanza delle fonti e sulla loro determinante condizione che esse pongono per fare un quadro completo della scena che si vuole trattare: '' Come prima caratteristica, la conoscenza di tutti i fatti umani nel passato, nella maggior parte di essi nel presente, ha quella di essere una conoscenza per tracce... Che cosa intendiamo, in effetti, con documenti, se non una traccia, quanto a dire il segno percepibile ai sensi che ha lasciato un fenomeno in sè stesso impossibile a cogliersi?''
Mi viene da sorridere quando leggo le esposizioni o ancora peggio le ''interpretazioni'' di alcuni fatti avvenuti intorno al 1647.  Sorrido perchè si vuole negare l'evidenza e la si vuole negare perchè non si conoscono le fonti necessarie per ricostruire quegli agitati anni, incolpando addirittura il silenzio degli storici, antichi e moderni. Secondo queste interpretazioni, addirittura, si nega una sommossa o rivolta da parte degli atinati verso i padroni di quest'antica terra di Atena: i principi Caracciolo. 
All'avvento dei Caracciolo, il medievale castello, posto sulla sommità dell'abitato, era piuttosto messo male, se alle parole di Paolo Eterni, storico del '600, si vuol credere: ''...sulla sua cima più alta fu edificato un castello hora diruto...''. I Caracciolo, dunque, una volta acquistata la Terra di Atena si ritrovarono senza una dimora, con un castello diruto e una situazione piuttosto drammatica da sanare. Nel 1561, infatti, un terribile terremoto devastò Atena e il comprensorio, arrecando danni al già compromesso castello. Sicuramente anche altri terremoti (come quello del 1456 e 1550) contribuirono a danneggiare il maniero così i Caracciolo furono costretti ad abbandonare l'idea di un suo recupero ed edificare un palazzo al di fuori dell'antica cinta muraria medievale. Il palazzo fu fatto edificare da Giambattista Caracciolo, marchese di Brienza e signore di Sasso, nel 1568, con materiale ricavato dal diroccato castello che ''ispianò per fare altri suoi edifizi''. A dimostrare la prova inconfutabile dell'erezione della dimora da parte di Giambattista Caracciolo è un'epigrafe inedita (e dimenticata ahimè) sulla quale sono riportate le seguenti parole: 

SED  PNS PALATIUM EDIFICARI F ILL D I BAPTA CARACCIOLUS MAR BURGET ET D TRE SASSI A D 1568

(L'Illustre Signor Marchese di Brienza e Signore della Terra del Sasso fece edificare questo palazzo presente nell'anno del Signore 1568)





(particolare dell'epigrafe)

Il prestigio della famiglia Caracciolo aumentò quando tra i suoi antichi titoli nobiliari acquisì anche quello di principe ''sobra su tierra de Atena' nel 1637. Il principe Giuseppe Caracciolo, figlio di Diana Caracciolo, viene descritto da Giovanni Cassandro come ''un esoso tipo di signorotto ignorante e violento''.
E qui veniamo ai fatti che ci interessano più da vicino. 
Nel 1647 la popolazione civile della città di Napoli insorse contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo. La rivolta fu scatenata dall'esasperazione delle classi più umili verso le gabelle imposte dai governanti sugli alimenti di necessario consumo. Il grido con cui Masaniello sollevò il popolo il 7 luglio del 1647 fu: ''Viva 'o rRe 'e Spagna, mora 'o malgoverno'' .
Ad Atena, invece, i conflitti con il principe erano presenti già da tempo ma il focolaio dell'insurrezione napoletana si fece strada anche nelle realtà di provincia, dove il popolo oberato da tasse e usurpazioni si vide privato delle funzioni amministrative dell'Università con le relative entrate pubbliche, l'imposizione di servitù personali e di tributi a vantaggio diretto del feudatario e il monopolio di determinate attività specialmente commerciali e l'esercizio violento ed arbitrario dei poteri giurisdizionali. Nel settembre del 1647, aggravata inoltre anche l'insurrezione a Napoli, il palazzo del principe di Atena fu saccheggiato e spogliato della suppellettile e le terre di proprietà del signore furono sfruttate senza pagare il consueto censo. A difesa del palazzo principesco sicuramente vi erano degli uomini armati così come testimonia (seppur con qualche ritardo cronologico) lo Status Animarum degli inizi del XVIII quando tra gli abitanti della suddetta dimora principesca vengono menzionati una quindicina di soldati a protezione del principe Litterio Caracciolo. A cementare questa mia ipotesi non è solo la presenza di questo importante documento come lo Stato delle Anime ma anche del ruolo funzionale che il palazzo dei Caracciolo svolgeva: in esso infatti vi era anche la sede del carcere con un giudice che aveva il ruolo di governatore in assenza del principe; ed è impensabile che un carcere (forse con pochi detenuti di minore reato o rivoluzionari del 1647) e il palazzo stesso che doveva contenere mobilio di pregio e oggetti d'arte fosse lasciato incustodito. Alla testa della rivolta atinate vi furono certamente i maggiorenti della Terra, accompagnati dal popolo contadino e da coloro che avevano subito torti e soprusi. Nella relazione del Vicerè, il duca d'Arcos, del 1648 si legge: ''el pueblo rebelde desta Ciudad le ha saqueado todo el omenag de su casa.'' 
La risposta del principe non si fece attendere e riporto le parole del Cassandro:

''...sedate le cose del Regno, il feudatario, Giuseppe Caracciolo, si presentò ad Atena, alla testa di 400 soldati, e, malgrado venisse ricevuto con grandi onori dalla cittadinanza e giurasse in chiesa, dove si cantò un Te Deum, pace e amore ai suoi vassalli, inaugurò una sorta di terrore che durò 18 giorni. I soldati alloggiarono nelle case degli atenesi, e vi perpetrarono soprusi di ogni sorta: se ne commosse perfino il capitano di una compagnia a cavallo, il quale avrebbe esortato il principe a pagare di suo almeno il soldo ala truppa, e ne avrebbe avuto questa risposta: Lasciali morire et diss' honorare a questi ribelli cani. Quando, poi, un frate di Polla, un tale Ambrogio dei Minori Osservanti, mosso da pietà, gli si presentò in Atena a predicar pace, incorse in una sorte più grave che non quella toccata al manzoniano frate Cristoforo: giacchè, licenziato da quello con cattive parole, non giunse a Polla, prima di essere stato mazziato lungo la via per ordina del principe...''

Riporto questo passo per dimostrare il grave affronto che il popolo di Atena aveva riservato al principe Caracciolo e a chi nega il silenzio degli autori locali e non, riguardo ad una rivolta avvenuta in Atena in quell'agitata estate del 1647. Saccheggiare e devastare le proprietà del principe sono anche sinonimo di assalto, che con armata manu si impossessò dei beni di Giuseppe Caracciolo. Naturalmente le cose andarono ben diversamente da come molti credono o vogliono farci credere. L'aneddoto, dal titolo I mangiasignuri di Atena, forse potrebbe essere legato a questo triste capitolo della storia atinate. Dico ''forse'' perchè non ne abbiamo certezza ma sicuramente non è legato ad assurde e ipotetiche fantasie mitologiche, prive di qualsiasi fondamento e documentazione. Forse l'appellativo ''mangiasignuri'' ci è stato affibbiato proprio per la forza di saper tenere testa  ad alcune situazioni che hanno segnato il cammino della storia di Atena. Inoltre non sappiamo da chi sia stata imbastita il continuo della leggenda, intrisa a volte di aggiunte postume, che vuole l'uccisione del principe e il suo corpo mangiato dagli stessi carnefici. La storia non riporta questo curioso avvenimento e tanto meno le fonti citano un caso del genere. ''Della quale gloriosa impresa (riferita alla rivolta degli atenesi e alla ''conquista'' del palazzo principesco) ebbero poi a subire quei di Atena conseguenze, dati i tempi e il vivo sentimento religioso, assai gravi...''  - ci informa ancora il Cassandro - '' e quel che conforta ed è motivo di meditazione ancor oggi, è la tenace resistenza degli atenesi, la quale s'illumina di un valore morale, superante d'assai i piccoli interessi patrimoniali ch'erano in gioco.''
Successivamente cinquanta cittadini di Atena, capeggiati dal procuratore Giuseppe Cusati, si presentarono supplicanti al Vicerè, chiedendo salvaguardia e protezione dalle prepotenze del principe.
''Nè a me pare che la lotta fosse combattuta invano, dato che nella seconda metà del secolo XVII nelle pur numerose controversie, che il Sacro Consiglio fu ancora chiamato a decidere, non occorre più cenno ad analoghe imprese baronali. Atena aveva superato bravamente la sua tempesta: i rapporti, come che tesi tra l'università e feudatario, restarono o, per dir meglio, tornarono a muoversi sopra un terreno meramente patrimoniale; giacchè sarebbe grave errore di prospettiva, così per Atena, come per le restanti università del Regno, considerare regime normale la triste parentesi del governo di un Giuseppe Caracciolo.'' 
Credo, infine, che la storiella raccontata dai nostri avi, I mangiasignuri ri Atana, (seppur, ripeto, molto rimaneggiata nel tempo) abbia subito il riflesso di questi avvenimenti che ho ampiamente trattato, con tutte le fonti a disposizione e cercando di ricostruire le vicende di quella tormentata estate atinate del 1647. Il principe Caracciolo, possiamo starne ormai certi, non fu bollito e mangiato,  ma morì di peste circa dieci anno dopo questi fatti, quando il Regno di Napoli ne fu colpito. Inoltre, il termine ''mangiasignuri'' non è strettamente legato ad un reato di antropofagia ma bensì potrebbe essere tradotto in senso figurato o allegorico come ''tenere testa a qualcuno''. 
La vicenda non va complicata e imbastita con alcune astruse ipotesi mitologiche perchè  una leggenda ha quasi sempre un fondamento storico su cui aggrapparsi, a volte un po' romanzato,  ma pur sempre con qualche elemento storico da raccontare. 

Le fonti da me consultate: 

R. VILLARI. Mezzogiorno e contadini nell'età moderna, Bari 1977.
G. CASSANDRO, Storia di una terra del Mezzogiorno, Atena Lucana e i suoi statuti, Ed. la Bussola.
E. D'ALTO, Atena Antica, Laveglia editore.
L.MANDELLI, Lucania sconosciuta, Napoli 1745, vol II.
A.P.S.M.M (Archivio parrocchiale Santa Maria Maggiore, Carteggio vario)
A.C.B., 75, VII, 5: ''Parlamento in tempo di rivoluzione fatto dall'Università di Atena contro il Signor Principe''.







martedì 30 luglio 2013

LE CAMPANE DI SANTA MARIA MAGGIORE DI ATENA

(Pubblico qui di seguito una ricerca effettuata nel 2010 in occasione delle benedizione della nuova campana che andava ad aggiungersi alle altre tre già esistenti)


Il campanile a pianta quadrata della Chiesa Madre di S. Maria Maggiore di impianto medievale ma ristrutturato nel 1751 ad opera dell’arciprete Sabini del Sole conserva al suo interno tre antiche campane, fuse in periodi diversi e con una storia molto interessante. Secondo alcune tradizioni le campane comunicano con l’Eterno, levando alta la voce dell’uomo. Secondo altre, invece, la campana è ‘’la voce di Dio’’. Comunque, questo strumento è, in tutte le culture il mezzo di comunicazione privilegiato tra divino e umano. Le campane hanno però anche il compito molto più terreno di comunicare eventi importanti alla comunità. In tempi in cui non esistevano mezzi di comunicazione di massa e giornali, le campane svolgevano il ruolo della ‘’radio’’ locale: mediante linguaggi in codice musicale, spesso specifici delle singole comunità, si potevano annunciare le nascite, i decessi, l’agonia di un malato, i matrimoni, le guerre oppure le catastrofi climatiche. I campanili fungevano, poi, anche da vere e proprie postazioni di comunicazione tra comunità vicine, passandosi l’un l’altro le notizie più importanti e diffondendole così in un’area anche molto vasta. In un inventario della chiesa di S. Maria del 1802 si legge: “La chiesa ha una torre campanaria con tre campane. La più grande è molto antica risalente al 1345.’’ E’ una notizia molto interessante perché di questa campana se ne riparlerà a metà ottocento, in una santa visita pastorale che ci dice che su questa campana c’era anche un’iscrizione: AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM BENEDICTA TU IN MULIERIBUS.  Questo antico bronzo, probabilmente, venne fuso nel 1897 quando l’arciprete Alfonso de Marcò ne fece costruire una nuova. La campana, di dimensioni ragguardevoli, è alta circa 100 cm e larga 90 nella parte inferiore (labbro), mentre il peso non ci è dato saperlo. La decorazione esterna è costituita da una rigatura in rilievo che attraversa la campana nella sua circonferenza che racchiude un iscrizione in capitale: COSTRUITA A CURA DELL’ARCIPRETE ALFONSO DE MARCO + ANGELO ACCETTA E FRANCESCO TARANTINO DA PADULA FECE 1897. Sotto l’iscrizione, sempre tutt’intorno, una elegante decorazione. L’autore, ossia il fonditore, è indicato chiaramente nell’epigrafe, il quale risulta essere un rappresentante di una delle tante botteghe di ‘’campanari’’ presenti in Campania. Nella parte inferiore, invece, sono incise due immagini: la Vergine Santissima Assunta, a cui è dedicata la campana e titolare della parrocchia, e un ostensorio raggiante, simbolo della confraternita del Sacramento che contribuì all'opera. Nella parte più alta del campanile, precisamente nella cupola, vi sono altre due campane. La prima, di modeste dimensioni è rivolta verso il Vallo di Diano. Nella parte superiore presenta una ricca decorazione con angeli e motivi floreali. Presenta un iscrizione in capitale in latino: AVE MARIA GRATIA PLENA A.D. 1789. Nella parte centrale è incisa l’immagine dell’Immacolata con angeli. La seconda campana, invece,  è rivolta verso l’abitato ma è più piccola ed molto simile nella decorazione alla prima: infatti presenta la stessa data, 1789, ma con la seguente iscrizione: SANCTA MARIA ORA PRO NOBIS. 

La nuova campana
Questa nuova campana voluta e offerta dall’arciprete don Michele Totaro alla Parrocchia di S. Maria Maggiore e all’intera comunità di Atena Lucana è stata fusa dalla premiata fonderia ‘’SAIE CAMPANE’’ di Striano (Napoli). La campana andrà ad arricchire il campanile di S. Maria Maggiore e suonerà a distesa accanto all’antica grande campana già presente. La campana è dedicata alla Vergine Maria e all’apostolo S. Giacomo, di cui don Michele è molto devoto. La decorazione esterna è costituita da una ricca decorazione a forme geometriche e floreali che circonda tutta la parte superiore. Nella parte centrale reca l’incisione della Vergine Maria della Colomba, immagine presa da un antico medaglione argenteo appartenuto all’omonima confraternita. Sotto un iscrizione in latino composta da Francesco Magnanti ricorda l’evento. Ai lati due angeli che sorreggono una stella che ricorda Campostela, patria dell’apostolo; dietro, invece, un’immagine di una conchiglia, simbolo appartenuto ai pellegrini e all’apostolo S. Giacomo.
                                                                

                                                                D. O . M
DEIPARAE SEMPER VIRGINI MARIAE
S. IACOBO APOSTOLO
D. MICHAEL ARCHIPRESBYTER TOTARO
CUM SUA FAMILIA
AD PERPETUAM MEMORIAM FECIT
DIVINAQUE GRATIA ADIUVANTE
PEREGIT
ANNO DOMINICAE INCARNATIONIS
MMX

La traduzione:

A DIO OTTIMO MASSIMO

ALLA GENITRICE SEMPRE VERGINE MARIA
A S. GIACOMO APOSTOLO
DON MICHELE ARCIPRETE TOTARO
CON LA SUA FAMIGLIA
FECE A PERPETUA MEMORIA
E LA COMPI’ CON L’AIUTO DELLA GRAZIA DIVINA
NELL’ANNO DELL’INCARNAZIONE DEL SIGNORE
2010  



Foto delle campane:


 Campana Maggiore del 1897
 Campana Maggiore. Particolare dell'ostensorio, simbolo delle Confraternita del SS. Sacramento
 Campana Maggiore. Particolare dell'Assunta, titolare della parrocchia.
 Campana Maggiore. Particolare della decorazione superiore e iscrizione
 Campana piccola 1 del 1789. 
 Campana piccola 2 del 1789
 Particolare della campana piccola 2 con decorazioni e datazione
 Nuova campana benedetta il 1 luglio 2010. Iscrizione
 Nuova campana. Particolare del rilievo della Vergine della Colomba racchiuso in un clipeo
 Nuova campana. Particolare della stella che simboleggia Campostela, patria dell'apostolo San Giacomo
 Particolare della nuova campana. Rilievo e parte di iscrizione
Nuova campana

giovedì 23 maggio 2013

A PROPOSITO DEL TEMPIO DI GIOVE...



Muse di Pieria,che date la gloria coi canti,
Zeus qui ora cantate, al padre vostro inneggiando:
per opera sua gli uomini sono illustri   e oscuri,
noti e ignoti,  a piacimento di Zeus grande.
Facilmente  egli dona la forza, facilmente abbatte chi è forte,
facilmente  umilia chi è grande e l'umile esalta,
facilmente raddrizza chi è storto e dissecca chi è florido,
Zeus che tuona profondo ed abita le eccelse dimore.
Ascoltami, a me guardando e porgendo l'orecchio: con giustizia le sentenze raddrizza ,
tu; io a Perse voglio alcune verità raccontare
(Esiodo, Le opere e i giorni, Proemio)



E' da qualche mese che non aggiorno il mio blog. Ci siamo lasciati con l'argomento ''epigrafi romane'' e non ho avuto modo - data la mancanza di tempo - di argomentare e proporre nessun altro aspetto della storia di Atena. Stamattina però, ho avuto uno spunto per poter scrivere altre due righe riallacciandomi così all'ultimo argomento proposto. Vorrei continuare con il filone del corpus epigrafico, molto consistente per la verità, che ci permette di ricostruire aspetti non solo onomastici ma anche architettonici, come templi o edifici pubblici che ornavano l'antica Atina romana. Lo spunto a cui mi riferisco è indirizzato ad un mio passaggio quasi casuale per la piazza. Riguardando con maggiore attenzione palazzo Caporale ho avuto modo di ammirare l'intera costruzione edificata nel 1868 da Carlo, farmacista e figlio di Feliciano Caporale. Nonostante avessi posto l'attenzione all'intero complesso il mio occhio è stato attratto dalla testata d'angolo sul lato sinistro, composta grossi blocchi squadrati  e scalpellati. Se credere si vuole alle parole del Curto, narratore di memorie antiche, il palazzo sorge su un'area dai contenuti archeologici. Riporto le sue parole a tal riguardo: ''Invero, innanzi al palazzo principesco della famiglia Caracciolo, al largo Garibaldi, esisteva grande spiazzo, dove all'epoca baronale, vi si facevano girare i cavalli per istruirli. Lì vicino, il defunto sig. Carlo Caporale e tal Federico Volpe, vi si censirono dal Comune un'area da fabbricarvi un palazzetto per abitazione, e , trovandosi il suolo bastantemente franoso, fu bisogno iscavare profondamente da oltre a dieci metri per farvi le fondazioni dei muri maestri. Accadde che vi si rinvennero, a centinaia, dei grossi blocchi affaccettati, della dimensione cubica in media un metro e più, posti alla rinfusa in tanti mucchi, fra grande quantità di tufacea calcina, e sopra un suolo a grosso mosaico a piccoli pezzi di marmo misto; e tutto, come avessero appartenuto a grande circolare edificio... Il Caporale fabbricò tutto il suo palazzo con quella quantità di macigni affaccettati, e servendosi, per la calcina, di quel materiale ferruginoso.''  Ma di quale edificio dell'antichità si tratta? Il Curto prova a dare una sua spiegazione, con molte lacune per la verità e senza nessuna prova storica schiacciante: ''Tutto aveva costituito il Tempio di Giove, semplicissimo nelle muraglie e soglie, l'una sopra l'altra, con poco cemento. Aveva la tettoia piombita e a lunghe tegole; era rotonda con cupole a colonna, delle quali se ne trovarono assai spezzoni.'' Secondo il Curto, dunque, si tratterebbe del tempio di Giove dove - continua - ''la tradizione costante antica del paese, durata da secoli, ne indica anche il sito, nel centro tra la città e l'acropoli. Ed è risaputo da tutti gli storici che nelle sole cospicue città, come la nostra di Atina, potevasi avere il Tempio di Giove, nel sito più nobile dell'abitato.'' Per il Curto e per altri storici (da lui indirettamente menzionati ma di cui non ho riscontrato il nome), i resti archeologici su cui è stato edificato palazzo Caporale sono quelli che in antico formavano la costruzione del romano tempio di Giove. Una tradizione - secondo il Curto -  che non trova riscontro con le fonti storiche documentarie ed epigrafiche a nostra disposizione. Tutto sembra nascere da una consuetudine,  forse orale, e originata da chissà quale racconto, portando a convincersi di un qualcosa che non ha supporto storico. L'iscrizione onoraria a Publio Nanonio Diofante, eretta per volere degli Augustales Atinates,  testimonia il culto per Giove e gli Dei Penati ma non presuppone l'esistenza di un tempio ad essi dedicato, dato che iscrizioni sacre a carattere cultuale potevano trovarsi ovunque. 

IOVI ET
DIS PENATIBUS
P(ubli) NANONI DIO 
PHANTI
AVGVSTALES ATINATES 

Nelle note storiche offerte sempre dal Curto, nella sua celebre opera ''Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana'', l'epigrafe in esame viene spiegata in questo modo: ''il collegio degli Augustali in Atena era composto di quei sacerdoti appunto addetti al tempio di Giove, esistito in Atena, e dove, gran culto professavasi ai Dei Penati, eletti a protettori della Repubblica Atinate. Fra gli Augustali era trapassato Pubblio Nanonio Diofanto, che era il sommo sacerdote del Tempio, avendo in vita voluto tramutarsi l'antico cognome in Diofanto, che viene da Dios Giove, e Faino mostrare, per cui erettagli nel Tempio medesimo la tomba dai suoi colleghi sacerdoti Augustali, che, nell'epigrafe al defunto, vollero fare un omaggio al Dio Giove ed agli Dei Penati... Quest'epigrafe è la chiara dimostrazione della esistenza del tempio di Giove in Atena, senza del quale non poteva esservi il Collegio degli Augustali.'' Gli Augustales o più propriamente Sacerdotes Augustales (Sacerdoti di Augusto) erano un collegio sacerdotale istituito dall'imperatore Tiberio nel 14 d.C. per onorare il culto del Divo Augusto (ossia il divinizzato imperatore Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto)  e della Gens Iulia sull'esempio dei Sodales Titii creati da Romolo. Nei municipia romani (ed Atena era un municipium) gli augustales  raggiungevano il numero di sei e avevano la durata di un anno. Publio Nanonio era molto probabilmente tra costoro e in segno di riconoscenza la confraternita sacerdotale gli innalzò un'epigrafe dedicatoria, invocando gli dei protettori, i Penati e Giove, quest'ultimo massima divinità del pantheon pagano. Nessuna allusione alla presenza di un tempio o edificio dedicato nè a Giove e nè agli dei Penati. L'epigrafe, prima dello spostamento nella taverna del principe dopo il terremoto del 1857 che provocò il  crollo della porta della piazza, era situata nel lato sinistro di quest'ultima, già ricordata nei secoli XVII e XVIII dagli storici Mannelli e Antonini. Per dovere di cronaca è bene precisare dove era situata un tempo la porta della Piazza. Negli Stati delle Anime, essa è menzionata sopra palazzo Spagna; l'arco della porta, forse, si impostava tra il palazzo e la rampa in muratura antica della strada che porta a san Nicola. Lorenzo Giustiniani ne fa particolare memoria nel 1797 quando afferma che dopo aver attraversato il borgo si ha l'adito al paese passando per la porta denominata della Piazza sul cui stipite sinistro si poteva leggere la suddetta epigrafe. Dopo il devastante terremoto del 1857, che mutilò in modo grave il centro storico delle sue secolari memorie, l'epigrafe rotta in due pezzi fu trasferita con altre testimonianze del passato nella taverna del principe (ex falegnameria dei Di Santi, ora Mediateca Comunale) dove il Curto la lesse, convincendosi dell'esistenza del tempio di Giove. Egli era convinto che la vicinanza della porta della Piazza, dove era inserita l'epigrafe, al sito di palazzo Caporale, fosse sufficiente come prova per dedicare quelle antiche rovine, da lui descritte e ritrovate dal Caporale per la costruzione della sua dimora, a un presunto tempio al dio. (''L'epigrafe che venne messa alla tomba del primo sacerdote del tempio di Giove, a nome Diofante, oggi è poco lungi dal sito del Tempio, e siccome in questo, ad uno dei cantoni, si rinvennero ossa umane e vasi lacrimali, così è da ritenersi che la tomba si trovava nell'atrio del Tempio''
In verità un templum Iovis ad Atena è testimoniato in questa epigrafe:

[---] Q (uinti) f(ilius), Pom(ptina), Gall[us --- it]erum, flamen div[i --- tem]plum Iovis de s(ua) p(ecunia) refe[cit]



L'iscrizione in oggetto propone un tal Gallo figlio di Quinto della tribù Pomptina, che dovrebbe essere lo stesso dell'iscrizione n.153 delle Iscriptiones Italiae di Vittorio Bracco (Quinto Statio Gallo), flamine diale (lat. Flamen Dialis), ossia sacerdote preposto al culto di Giove. Il flamine Quinto Statio Gallo restaurò o rifece a proprie spese il tempio di Giove, posto dentro la città di Atina ma di cui, nonostante quest'epigrafe ne citi specificatamente l'esistenza, non si conosce l'esatta ubicazione. Il Bracco propone la collocazione in un punto della campagna verso Cosilinum, ma a mio avviso, quest'ipotesi non mi sembra molto convincente. L'epigrafe di Quinto Statio Gallo è stata ritrovata in località Penniniello, zona facente parte della Profìca, luogo di necropoli di età romana e rientrante (seppur non ancora accettata da qualcuno) nei confini del municipium atinate. Anche in questo caso, dunque, pensare all'esistenza in questo luogo del tempio di Giove mi sembra alquanto improbabile. Il tempio di Giove doveva situarsi nel forum, la piazza della città, documentato ad Atena nell'area della chiesa madre di Santa Maria, dal ritrovamento dei basoli che ne componevano la pavimentazione ad opera dei quattuorviri Marcello e Logismo. Se per la chiesa di Sant'Angelo (ora santuario San Ciro) è stata avanzata la proposta attraverso un'epigrafe in situ  dell'esistenza di un tempio alla Magna Mater perchè di Santa Maria non è stata ritrovata nessuna testimonianza archeologica? Le fondamenta di questa chiesa poggerebbero sulle rovine di un edificio romano?  Non possiamo avere nessuna risposta in merito, almeno per adesso, e queste domande non vogliono creare un alone di mistero. Queste domande devono interrogarci seriamente sulla nostra storia e sull'esatta ubicazione di alcuni edifici in età antica. Forse per certi versi la nostra storia andrebbe riscritta. Il sottosuolo nell'area della chiesa di Santa Maria ci ha restituito soltanto quei pochi basoli che pavimentavano il foro ma nessun edificio in particolare, mentre sappiamo benissimo che la piazza principale della città romana di Atina doveva contenere edifici sacri e pubblici di particolare importanza. 
Possiamo affermare con una certa sicurezza che i resti ritrovati dal Curto per la costruzione di palazzo Caporale non corrispondono al ricercato tempio di Giove e nemmeno l'epigrafe funeraria di Quinto Statio Gallo ne attesta l'esistenza in quel luogo. 
E quei ruderi descritti in maniera così precisa dal Curto a quale edificio appartengono?
Un'idea supportata da altre testimonianze archeologiche me la sono fatta ... Ma per adesso ''la stanca man'' si ferma.

Ringrazio di cuore l'amico Umberto Soldovieri per la foto dell'epigrafe da lui scattata. 


BIBLIOGRAFIA:

CURTO G. B., Notizie storiche della distrutta città di Atinum Lucana dai tempi incerti fino al secolo XIX, Sala Consilina, tipografia De Marsico, 1901, pp. 41-43, 87-88.

BRACCO V., Inscriptiones Italiae, vol. III, fasc. I - Civitates Vallium Sìlari et Tànagri, Istituto Poligrafico dello Stato, Libreria dello Stato, 1974, pp. 82,83 - 108-109.

BRACCO V., I materiali lapidei, in Storia del Vallo di Diano, vol. 1, l'età antica, ed. Pietro Laveglia, Salerno 1981, pag. 260. 




                                                                               
                  

lunedì 4 febbraio 2013

Nuove memorie dal sottosuolo atinate: le epigrafi di età romana.


‘’Il tenimento di Atena è pieno di siffatte tombe antiche; e se ne scavano immense fino ad un metro sotto il suolo. Lo dimostrano le non poche iscrizioni nostre, ritrovate finora, descritte nella parte terza di questo lavoro. In Atena non vi è contadino che anche nello zappare, dove sono macerie, che non trovi dei frantumi di tegole frammiste ad ossa umane, ed oggetti interrati col morto al par di che l’aratro spesso scovre di queste tombe…’’.  Rileggendo con più attenzione quest’opera – Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana – dell’avvocato Giovanbattista Curto, ormai nota e punto di riferimento per chi voglia immergersi nelle pieghe della plurisecolare storia atinate, ho posto la mia attenzione sulla ricchezza archeologica del sottosuolo di Atena Lucana. Forse quasi distrattamente non ci accorgiamo, per chi ha l’abitudine di frequentare il centro storico, di quello che ci circonda. Se a noi non è ancora purtroppo noto quello che il sottosuolo serba nelle sue viscere, è a noi vicino, invece, una raccolta di testimonianze del passato che i contadini, quasi casualmente, hanno recuperato e riutilizzato, a volte impropriamente, per le proprie costruzioni. Nonostante la dispersione di gran parte del patrimonio archeologico, Atena conserva un volto oserei dire ‘’romano’’ ad opera delle poche e ancora non conosciute iscrizioni latine, che in origine dovevano formare un vero e proprio patrimonio culturale, non solo per la loro estetica bellezza artistica ma per la presenza di multiformi idiomi, di personaggi che hanno dato lustro alla città antica con le loro opere e alla vitalità di quel periodo che ci appare come aureo.
Come ho già detto in precedenza, per chi è abituato a frequentare il centro antico non può non accorgersi di tale presenza: essa è costante, non solo per la presenza di questi marmi secolari, ma anche dai toponimi e dal modus costruendi delle abitazioni. In una delle mie quotidiane passeggiate, accompagnato da amici, che come me studiano da qualche anno il territorio e condividono idee e progetti, mi imbatto in un reperto che non avevo mai visto e che ha destato la mia curiosità: un’epigrafe di età romana. All’inizio, in verità, pensavo non si trattasse di una vera e propria scoperta, ma di un ritrovamento di un reperto che già precedentemente era stato studiato e poi smarrito e non più rintracciato. Consultando il CIL (Corpus Iscriptionum Latinarum) di Theodor Mommsen, il già citato testo del Curto, l’Istoria di Atena Lucana del dottor Michele Lacava, non c’è traccia di questa epigrafe e sembra non essere stata trascritta e annoverata nel corpus epigrafico. Volendo dare, inoltre, anche un’occhiata nell’appendice dedicato alle epigrafi false e sospette, questa iscrizione non compare. Mutilata nella parte superiore è possibile leggere con qualche difficoltà il resto del testo:

   [MARCE] LLA PO [SUER] UNT
QUI VIXIT ANNIS V M [ensis] XI  D[ies] XXIII



Con certezza possiamo definirla sepolcrale in quanto ci informa dell’età vissuta della fanciulla di nome Marcella (qui vixit/che visse) deceduta alla tenera età di cinque anni. Purtroppo non siamo a conoscenza dei nomi che curarono l’erezione del monumento sepolcrale. Con molta probabilità si tratta dei suoi genitori in quanto ''posuerunt'' è al plurale. La tendenza e la cura nel riportare gli anni, i mesi e i giorni era riservata perlopiù a persone che morivano in tenera età e la frequenza crebbe negli ultimi secoli di vita dell’impero romano e nelle prime iscrizioni cristiane (III – IV secolo d.C.). Con molta probabilità questa iscrizione doveva far parte di un monumento sepolcrale e il contenuto, come del resto la sua funzione, può essere diverso se essa si trova all’esterno o all’interno di un edificio sepolcrale, se è destinata ad essere letta da un passante o solo chi ne aveva il diritto di penetrare all’interno. La decontestualizzazione di questo reperto non ci permette, almeno per adesso, di dire molto. Non si hanno notizie del luogo di ritrovamento del cippo e nemmeno della relativa tomba e pertanto è difficile argomentare su questo reperto e avere ulteriori notizie.

Appare, invece, molto più interessante un’altra epigrafe, anche questa inedita e non presente ancora in nessun testo, fu ritrovata in piazza Vittorio Emanuele qualche anno fa, quando l’area fu interessata da lavori di scavo per far passare le condutture del gas metano. Furono ritrovate due iscrizioni (di cui solo una riuscii a ricopiare), frammenti di una statua e altro materiale archeologico di grande importanza. Fortunatamente riuscii a ricopiare una delle due epigrafi in quanto in un primo momento furono allocate sotto la casa comunale in attesa di conservarle all'interno dei locali preposti alla custodia. Il testo dice:

GENIO MUNICIPI ATINATIUM
ARAM LATINIUS LUCANUS PATER
POSUIT LATINIUS LUCANUS FILIUS
SCRIPSIT IT DIDICAVIT  S P
L D D D

Genio Municipi Atinatium/aram Latinius Lucanus pater/posuit Latinius Lucanus filius/scripsit it[erum] didicavit s[ua] p[ecunia]/ L[ocus] d[atus] d[ecreto] d[ecurionum]



Traduzione: Al Genio del Municipio Atinate Latinio Lucano padre pose l'altare; Latinio Lucano figlio scrisse e dedicò di nuovo a sue spese. Luogo dato per decreto dei decurioni.


Questa epigrafe arricchisce il panorama cultuale dell’antica città romana di Atina.  Affermava Servio (Commento all'Eneide, 5, 95)  che nullus locus sine Genio, (nessun luogo è senza un genio), ossia senza uno spirito o nume tutelare che custodiva le sorti di una famiglia, di una persona o come in questo caso di una città. Nella religione romana il Genio (lat. Genius, ii) è un nume tutelare ed esso nasce con l’individuo, accompagnandolo e dirigendo le sue azioni nel corso della vita. L’attribuzione del Genio si estese anche alle famiglie (Genio del pater familias), allo Stato, alle province, ai collegi, alle unità militari e il genio dell’imperatore vivente divenne oggetto di culto pubblico con Augusto. La stessa città di Roma, e come anche Atena, aveva un Genio, ricordato dal già citato Servio: Genio urbis Romae sive mas sive femina. La tutela del locus riferibile al genius è uguagliabile, come importanza, alla sua tutela personale. Il genius, infatti, è presente in ogni luogo e svolge un'azione di tutela rivolta sia al singolo individuo sia ad una comunità. La protezione si allarga dall'individuo all'ambiente in cui esso vive dando luogo ad una particolare tipologia di genio: il genius loci. Si può supporre, duenque, che anche Atina aveva il suo genio, un genius municipi che proteggesse la città e a cui era dedicata generalmente un imaginem.
Analoga funzione avevano i Penati e i Lari, spiriti protettori della famiglia e della casa, venerati nella romana Atina in età augustea come è testimoniato da un’altra iscrizione (Iscriptiones Italiae, pag. 82-83). Fervente devoto verso le divinità dell’Olimpo era Latino Lucano (padre), già costruttore di un altare dedicato ad Esculapio, quando era duumviro ed edile della città. (Notizie storiche della distrutta città di Atinum, op. cit. pag. 86-86). Publio Latino Lucano ricordato quale edificatore dell'ara al dio-medico dei corpi Esculapio ricopriva una carica nella quaestura alimentorum, che ad Atìna distribuì alle famiglie indigenti il necessario dopo che Nerva e Traiano introdussero l'umanitaria istituzione degli alimenta Italiae. Con molta probabilità questo altare al Genius era all’interno di un tempio, edificato da Latino Lucano padre e restaurato nuovamente e dedicato a proprie spese (sua pecunia) dal figlio dall'omonima onomastica. La suddetta epigrafe fu dettata da Latino Lucano figlio in quanto si afferma che scripsit (scrisse), per commemorare la celebre opera del padre, edificatore e mecenate di templi sacri. Dal ritrovamento effettuato, come ho già detto in precedenza, fu possibile individuare anche resti di basi composite e blocchi di pietra, facenti parte, forse, dell’antico edificio templare. Il luogo dato per decreto dei decurioni (Locus datus decretum decurionum) avvalora l’ipotesi dell’esistenza di un tempio dedicato al Genio del Municipio di Atina, un locus sacro, dove era indispensabile un decreto da parte dei funzionari – i decurioni - che si occupavano di amministrare e governare il municipio atinate. Il testo presenta anche un termine latino dai chiari aspetti arcaicizzanti - didicavit - (dedicò) al posto del consueto dedicavit. 

Ancora una volta il sottosuolo atinate ci consegne delle memorie... a quando un'accurata attenzione? 

sabato 12 gennaio 2013

Modi di vestire nell'arte e nella tradizione: l'abito popolare di Atena Lucana e le sue origini


‘’Le donne vestono quasi alla greca, portando una veste, che le cuopre dalle spalle ai piedi’’.  Con questa breve ma poco esaustiva spiegazione, il geografo Lorenzo Giustiniani nelle sua celebre opera, Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli, descriveva il modo in cui vestivano le donne sul finire del Settecento. Anche il Macchiaroli in Diano e l’omonima sua valle, fa cenno all'abbigliamento femminile delle donne atinati ‘’e non ha che poca somiglianza cogli altri paesi limitrofi’’. 

Donna del paese di Atena - disegno conservato a Firenze

Accanto all'idioma dialettale impregnato di influssi grecofoni e forme cultuali tipicamente bizantine, anche il vestiario fino alla seconda metà dell’Ottocento ha conservato orpelli e abiti di chiaro retaggio greco. La lunga veste che copre interamente il corpo della donna, descritto dal Giustiniani, dovrebbe essere una riproposizione del greco chitone, una lunga veste che arrivava fino ai piedi, di lino, costituita da un solo pezzo rettangolare di stoffa, dove i due bordi laterali erano cuciti assieme e quelli superiori di ogni lato erano raccolti sulla spalla e sulla braccia e tenuti assieme da una doppia serie di punti di cucitura e talvolta da fibbie, sì da formare lunghe maniche; su di essa, solitamente, veniva sovrapposta una seconda tunica più corta, da cui il nome di diploidion (veste doppia).  


Tuttavia questa tipologia di abito era utilizzato nelle cerimonie e in particolari occasioni, accompagnato, inoltre, da un altro accessorio: un copricapo a tese larghe, il thòlia, utilizzato per riparare il viso dal sole; le donne utilizzavano anche dei nastri per legare i capelli, detti mitra o raccoglierli entro una reticella chiamata kekryphalos o nella cuffia, sàkkos.

Questi elementi dell’età classica sono ancora presenti in un disegno ottocentesco, il cui originale è conservato presso palazzo Pitti di Firenze, che raffigura una donna del paese di Atena. Quest’abito tradizionale consisteva in una gonna di panno di colore rosso, in un farsetto detto ‘’corpino’’di colore rosso vivo; in un’altra gonna ben più corta di colore blu arricchita nelle estremità da un nastro di color oro che si indossava al di sopra del sottano e veniva agganciato per metà ad un altro tipo di farsetto, tramite fibbie o spilloni, chiamato cintura. Questa cintura poteva essere di colore verde chiaro o scuro o di altro colore e si univa alla seconda gonna con fermagli. Questo pezzo si univa alla gonna di sopra e formava un’apertura nel davanti a forma di ‘’V’’, lasciando intravedere il sottano. La camicia di color bianco era impreziosita da ricami sia intorno al collo che alle maniche, fuoriuscendo dal farsetto a mo’ di manicotti a doppio risvolto. Inoltre intorno al collo veniva appoggiato un fazzoletto di seta arricciato (u maccaturu a pizzu) che andava a coprire il collo e la parte davanti. Anche ‘’u vandisino’’ era un elemento indispensabile che andava a coprire il sottano nei momenti di lavoro e operosità all'interno delle mura domestiche. Sul capo veniva poggiato un elaborato panno rettangolare con delle falde laterali che dovevano proteggere dal freddo o in estate dal caldo. 





Foto del 1881. Antenati dello scrivente. Particolare: donna con l'abito tradizionale e il copricapo

Le pettinature in voga fino ai primi del Novecento richiamavano forme appartenenti all'età antica: i capelli venivano raccolti all'indietro, nel ‘’tuppo’’ oppure dopo aver realizzato due lunghe trecce, esse venivano fatte girare sul capo e sistemate con forcine o nastri colorati. 

Particolare dell'acconciatura della scultura della Colomba

Per chi poteva permetterselo vi era la possibilità di rendere ancora più accurata la propria immagine mettendo intorno al collo lunghi lacci d’oro (ovvero oro americano con una caratura molto bassa per chi tornava dalle Americhe) che terminavano con medaglie o ciondoli dove all'interno erano conservate le foto di un caro estinto. Gli orecchini con pendente ornavano invece i lobi delle orecchie. L’importanza dell’abbigliamento e dell’intero corredo che la donna doveva fornire come dote nel momento del contratto matrimoniale con i genitori dello sposo era indispensabile per sottolineare anche lo status sociale che ella occupava. Emblematico è il caso della ricca dote offerta allo sposo di Colombina De Marco figlia di Carmine e Irene Fressola, il 16 agosto del 1909. Nel documento vergato dal consorte della De Marco che dichiarava di aver ricevuto gli ‘’oggetti mobiliari come corredo della futura mia sposa, e distintamente numerati dai suoi genitori’’ vi sono elencati camicie, sottani, giacche, scialli e numerosi ‘’anella’’ e pendagli in oro. I principali eventi della vita familiare, come la morte di un congiunto o il matrimonio, trovano in effetti non di rado espressione attraverso l’abito. Alcuni indumenti o accessori possono caricarsi di particolari significati rituali. Era usanza, inoltre, offrire al futuro sposo una camicia confezionata dalla fidanzata, in segno di appartenenza e fedeltà coniugale.


Foto di fine Ottocento. Processione della Colomba: donne con centa votiva


Anche il colore degli abiti aveva un suo motivato perché: è da ipotizzare che il colore rosso, come in altre zone d’Italia, fosse considerato il più adatto per le nozze. L’abito di Atena presenta caratteristiche che rientrano in questa ipotesi. Il lungo sottano di colore rosso poteva essere utilizzato dalla donne atinati quale abito nel giorno delle nozze e poi successivamente arricchito da altri accessori che completavano il vestimento. Questo tradizionale utilizzo di colore era strettamente collegato al simbolismo religioso: nel ciclo di affreschi all'interno del santuario di Santa Maria della Colomba, la veste della Vergine è di colore rosso, simbolo dell’umanità e verginità, mentre il drappeggio soprastante è celeste o blu, colore che allude alla divinità e alla sponsalità. Stesse caratteristiche sono presenti, altresi, nel tradizionale abito che è stato preso in esame: una veste rossa con una seconda gonna più piccola di colore blu. In verità non si può parlare strettamente di un abito standard utilizzato per svariati secoli ma bensì di un prodotto finale con vari rimaneggiamenti e aggiunte nel corso del tempo. L’abito folcloristico è molto distante dal modo di vestire delle donne di fine Ottocento; esso è arricchito da orpelli e colori che non richiamano la tradizionale vestitura ma bensì presentano, forse, in modo un po’ goffo, un abito con peculiarità teatrali e ‘’da scena’’.

Altra testimonianza che può aiutarci a capire come vestivano le donne nel Settecento e nell'Ottocento è l’arte: il ciclo di affreschi del santuario della Colomba di Anselmo Palmieri del 1713 presenta all'interno  alcuni episodi biblici dove alcuni personaggi sono abbigliati secondo la moda del tempo. 

Particolare: Nascita di Maria Santissima, affresco di Anselmo Palmieri, 1713. Santuario della Colomba


Particolare: Presentazione di Maria al tempio, affresco di Anselmo Palmieri, 1713. Santuario della Colomba

Anche in Santa Maria Maggiore, nella tela collocata nell'abside dove è riprodotta la ‘’Visitazione’’, Maria sfoggia un ricco abito color ocra con risvolti decorati sulla maniche e una pettinatura a ‘’toupet’’, tipica del XVIII secolo; il cugino Zaccaria, invece, presenta un abito ancora più elaborato: un largo mantello di color verde acido copre la parte superiore dell’abito mentre con un gesto di saluto accoglie l’ospite mostrando l’elegante berretto frigio. L’accurata ricercatezza dell’abito sta nell'ampio colletto di color bianco che va ad appoggiarsi sugli omeri, dal color porpora del farsetto e delle brache e dagli eleganti stivali in pelle. L’autore dell’opera, il pittore Nicola Peccheneda, con molta probabilità, si sarà ispirato a qualche illustre personaggio che presentava simili vesti intorno al 1751, anno di realizzazione dell’opera.

Visitazione, tela di Nicola Peccheneda, 1751. Chiesa di S. Maria Maggiore

Un’altra opera che presenta simili caratteristiche alle precedenti è una tela nella chiesa di San Nicola del 1645 di autore ignoto. Ebbene, il santo vescovo di Mira è raffigurato in abiti pontificali mostrando alla sua destra un fanciullo, il coppiere Basilio (o Adeodato nella trascrizione latina) che fece ritorno a casa, grazie all'intervento del santo,  dopo essere stato rapito dai pirati saraceni.  Il coppiere in atto di ringraziamento verso il santo è abbigliato secondo i costumi della prima metà del XVII secolo; è agghindato con una giubba o farsetto, appuntito sul davanti, arricchito da trine e merletti, sovrapponendosi su calzoni (o culottes alla francese) voluminosi, fissati al ginocchio da nastrini o bottoni che reggono delle calze bianche. Sulle spalle un corto mantello, sorretto dagli sbuffi posti sul farsetto e scarpe con fibbie in argento. 

Particolare: San Nicola, di ignoto autore, 1645, Chiesa di San Nicola



Bibliografia:

L. Giustiniani, Dizionario ragionato del regno di Napoli, 1797-1805, vol.10
S. Macchiaroli, Diano e l'omonima sua valle, Napoli, ed. Rondinella 1868.
R. Sarti, Vita di casa. Abitare, mangiare, vestirenell'Europa moderna. Ed. Laterza, 2003
Archivio privato della famiglia De Marco. (Carteggio)